Fig. 4 – The apsidal hall of the Domus della Fortuna Annonaria.

Ostia nella tarda antichità

Author:
Carlo Pavolini
Attorno alla metà del III secolo d. C. una grave crisi sembra aver colpito Ostia. In precedenza, sotto gli imperatori Severi (193-235), l’espansione urbanistica della città aveva subito un rallentamento, senza però fermarsi del tutto; nel campo dell’edilizia abitativa alcune forme architettoniche di medio lusso, come le case a cortile porticato (situate ai piani terreni delle insulae, cioè dei grandi caseggiati con appartamenti d’affitto), non erano state più progettate; le officine presenti in città non erano state più in grado di esportare i loro prodotti sul mercato mediterraneo e si erano ridotte ad una dimensione “autarchica”. Almeno una grande fullonica (un impianto per il lavaggio e il riciclaggio di stoffe, destinate anche all’esportazione) era stato abbandonato già sotto Commodo (180-192 d. C.).

Tuttavia, fino alla fine del periodo severiano questi indizi di difficoltà non erano stati molto evidenti, tanto che uno scrittore dell’epoca poteva ancora definire Ostia “amoenissima civitas” (“piacevolissima città”). Gli impianti pubblici con funzioni di servizio e commerciali venivano ancora restaurati, e un ultimo edificio religioso di grandi dimensioni (il Tempio Rotondo, una sorta di Pantheon o di santuario della casa imperiale) fu costruito nel centro urbano fra la fine dell’epoca severiana e  l’epoca degli imperatori Gordiani (238-244 d. C.).

Ma a questo punto si verificò un cambiamento, segnalato da più indizi convergenti. Dopo il 250 circa non vi è più traccia, nell’epigrafia, delle istituzioni di autogoverno cittadino. Non si erigono più statue dedicate a personaggi legati al commercio e all’annona (l’ufficio governativo che curava l’approvvigionamento alimentare di Roma). Non si costruiscono e non si ampliano più, e non si restaurano quasi più, gli horrea di grandi dimensioni (i magazzini che servivano soprattutto per conservare e inviare a Roma il grano e gli altri cereali, e che – con ogni probabilità – erano gestiti dai poteri pubblici).

E’ difficile individuare nel dettaglio – poiché le fonti letterarie non ce ne parlano affatto – le ragioni del brusco declino di un insediamento che era stato molto fiorente a partire dalla tarda Repubblica e soprattutto nelle epoche di Traiano (98-117), Adriano (117-138) e Antonino Pio (138-161 d. C.). E’ però possibile, ed è anzi verosimile, stabilire una stretta connessione fra tale fenomeno e la più generale crisi economica e politica che va sotto il nome di “anarchia militare”. Si tratta di un complesso di eventi negativi che funestò l’impero per quasi tutta la seconda metà del III secolo. Si facevano sempre più duri, alle frontiere, i conflitti con i barbari, che frequentemente riuscivano a spingere le loro incursioni entro i confini; inoltre i comandanti militari romani erano spesso in lotta anche fra di loro, al punto che i poteri “legittimi” erano costretti a fronteggiare, oltre ai nemici esterni, anche gli usurpatori (e in effetti gli imperatori dell’epoca regnarono quasi tutti per periodi molto brevi). Sul piano economico l’inflazione si aggravava continuamente, anche a causa delle spese abnormi da destinare all’esercito e ad un’estesissima burocrazia, e di conseguenza il peso della tassazione diveniva sempre meno sopportabile per i ceti svantaggiati.

Fig. 1 – Topografia delle foci del Tevere nella tarda antichità (da Keay, Paroli 2011).

Fig. 1 – Topografia delle foci del Tevere nella tarda antichità (da Keay, Paroli 2011).

In tale situazione il potere centrale deve essersi reso conto dell’impossibilità di mantenere e difendere due centri commerciali alle foci del Tevere, cioè Ostia e Portus. Già fra il I e il II secolo, infatti, era stato definitivamente risolto il problema dell’approvvigionamento dell’Urbe, precedentemente reso difficile dal regime irregolare del Tevere e da altri fattori, che avevano sempre limitato la funzionalità dello scalo fluviale di Ostia. Prima Claudio (41-54 d. C.), poi Traiano (98-117) avevano allora creato i grandi bacini imperiali a Nord della foce, collegandoli con il corso naturale del fiume – e quindi con Roma – grazie ad una via d’acqua artificiale (la “fossa Traiana”, delimitante un’isola, poi detta “Sacra”). Attorno ai nuovi scali era sorto un insediamento urbano, Portus, inizialmente sottoposto – dal punto di vista amministrativo – alla colonia di Ostia, che rimaneva il centro della vita istituzionale e religiosa della nuova conurbazione; di questa Porto costituiva l’appendice “di servizio”, presto dotata di un grande sviluppo di docks e di strutture per l’alloggiamento e la riparazione delle navi.

Per un secolo e mezzo (cioè nell’epoca corrispondente al massimo sviluppo demografico e urbano di Roma) Porto e Ostia non erano state in competizione, né l’ascesa dell’una aveva comportato il declino dell’altra: anzi era avvenuto il contrario, perché l’enorme quantità delle merci che da tutto l’impero approdavano alle foci del Tevere, per proseguire poi verso Roma, avevano comportato la continua crescita delle capacità di immagazzinamento di ambedue i siti, con la costruzione o l’ampliamento degli horrea (grandiosi quelli costruiti a Porto fra Traiano e Settimio Severo). Ma a partire dalla metà del III secolo questo non fu evidentemente più possibile. Dobbiamo anche tenere presente che Ostia – situata a pochi chilometri da Roma, e considerata quasi un suo vitale “quartiere marittimo” – era sempre stata strettamente legata alle vicende del governo centrale: non stupisce, quindi, che anche la crisi politica del III secolo abbia provocato inevitabili e immediati contraccolpi sui destini del nostro insediamento.

Per comprenderne la portata non va dimenticato neanche l’aspetto demografico. In effetti, due poli annonari alle foci del Tevere potevano ancora avere una giustificazione nel momento in cui Roma, nel II secolo, aveva raggiunto il milione di abitanti, ma col principato di Decio (249-251) si manifestò di nuovo il flagello della peste ed ebbe forse inizio quella flessione demografica della popolazione, che si sarebbe poi manifestata a fasi alterne nel corso di tutta la tarda antichità. Ma se ora bisognava sfamare, nella capitale, un numero minore di abitanti, non serviva più lo stesso apparato di horrea (con i relativi costi) che si era reso necessario in passato.

Vi era poi il fattore militare. La cinta muraria di Ostia, costruita verso il 60 a. C.  aveva perso ben presto la sua funzione difensiva, anche perché travolta dall’impetuoso sviluppo urbanistico dei primi secoli dell’impero, e ripristinarla dev’essere sembrato inutile e troppo costoso: così, quando Aureliano (270-275) promosse la grande ricostruzione delle mura di Roma, non si occupò di quelle di Ostia, se non per qualche tratto limitato. Porto invece, soprattutto grazie al suo bacino esagonale interno, era meno esposta ad attacchi dal mare.

Vi fu insomma una convergenza di motivi che possono aver indotto alla decisione di potenziare e consolidare il centro commerciale e urbano di Porto (v. la fig. 1 per la topografia tardo-antica dell’intera zona), anziché quello di Ostia. Così le corporazioni di mestiere, che in una città portuale e produttiva come la nostra avevano svolto un ruolo importantissimo fra Traiano e i Severi, andarono incontro ad un netto declino (insieme alle loro sedi collegiali, o scholae), e le loro funzioni furono parzialmente trasferite a Portus. La zecca che Massenzio aveva istituito a Ostia funzionò solo per pochi anni (308-313), e forse anche per “punire” la città – che doveva essersi schierata con il suo avversario – Costantino attribuì a Porto quell’autonomia amministrativa che finora le era mancata, dandole il titolo di civitas Flavia Constantiniana Portuensis. E’ vero che, in compenso, lo stesso imperatore favorì la comunità cristiana di Ostia, promuovendo la creazione di una grande basilica episcopale nel settore periferico sud-orientale della città, ma dal punto di vista commerciale e annonario è indubbio che Porto, a partire dagli inizi del IV secolo, venne costantemente privilegiata. Lo dimostrano molti indizi: i suoi magazzini rimasero in funzione almeno fino al VI secolo, a differenza di quelli ostiensi, e – sia pure in ritardo – Porto venne dotata di una cinta muraria, che prima non esisteva. Tale fortificazione, secondo le ricerche recenti, potrebbe essere stata promossa da un funzionario del re goto Odoacre (476-493). Più tardi, nel corso della guerra greco-gotica (535-552), furiosi combattimenti si svolsero a più riprese per il possesso di Portus e dei suoi depositi, non certo per il controllo di Ostia, ridotta a un villaggetto senza importanza (anche perché il braccio naturale del Tevere era insabbiato e non più navigabile, e di ciò abbiamo notizia fin dai primi decenni del V secolo).

Se questa – narrata in estrema sintesi – fu dunque la vicenda storica della città in epoca tarda, quali ne furono i riflessi sul piano urbanistico? E’ necessario, a questo proposito, fare un passo indietro e tornare al momento che abbiamo individuato come l’inizio della crisi ostiense (i decenni centrali del III secolo). Gli effetti sul patrimonio edilizio della città non tardarono a farsi sentire. Nel 230-250 circa vennero abbandonate le Terme del Nuotatore (un notevole impianto di balnea, forse pubblici o semi-pubblici); successivamente, attorno agli anni 280-300, alcuni ampi caseggiati per appartamenti d’affitto subirono incendi o crolli e non vennero più ricostruiti (vedi il Caseggiato dei Molini, il cui piano terra era occupato da un grande panificio, e l’Insula delle Ierodule); di altri isolati colpiti dal declino furono rioccupati i primi piani, ma in modo precario e in forme degradate, mentre le strade antistanti e i piani terreni venivano colmati dai detriti dei crolli e delle demolizioni (vedi il Caseggiato dei Dipinti, il Caseggiato del Sole, le insulae del complesso detto “Case a Giardino”). Contemporaneamente furono dismesse – o trasformate per altri usi – numerosissime tabernae: un dato molto importante, poiché il tessuto del piccolo commercio aveva costituito, in precedenza, uno degli assi portanti dell’economia ostiense.

E’ significativo il fatto che tali fenomeni abbiano riguardato tutti i distretti della città, ma uno stato di generalizzato abbandono si riscontra soprattutto se esaminiamo i quartieri fra il Decumano e il Tevere (là dove in precedenza si erano concentrati gli edifici pubblici e i grandi magazzini annonari attigui al porto fluviale, che tuttavia non è noto archeologicamente).

In apparenza, contrasta con questo quadro la creazione di una ventina di domus con arredi di pregio (ad esempio rivestimenti in opus sectile parietale e pavimentale, mosaici, ninfei, peristili e sale con accessi colonnati, ecc.), residenze che a partire dal 230-250 – e fino al 420 circa – si insediarono soprattutto nei quartieri meridionali di Ostia, da sempre intensamente abitati. In realtà non vi è contraddizione, perché i proprietari di tali nuove case (forse membri delle residue élites cittadine, ma soprattutto esponenti del ceto senatorio urbano) trovarono evidentemente vantaggioso acquistare a poco prezzo immobili sfitti o semivuoti, investendo poi notevoli somme per abbellirli, per abitarvi o – viceversa – per affittarli o rivenderli: e in effetti le domus tarde occuparono, quasi senza eccezioni, i pianterreni di precedenti insulae, o comunque di edifici già esistenti.

Fig. 2 – I quartieri occidentali di Ostia nella tarda antichità (elaborazione C. Pavolini e Studio Zeit).

Fig. 2 – I quartieri occidentali di Ostia nella tarda antichità (elaborazione C. Pavolini e Studio Zeit).

Si può pensare che tali dimore servissero ai loro domini anche solo per una parte dell’anno, per i doveri delle loro cariche (della presenza di importanti praefecti nella Ostia tardo-antica si dirà più avanti), ma anche per seguire – ad una conveniente distanza – i traffici che si svolgevano a Portus: si trattava di attività estremamente redditizie, nelle quali molti senatori romani erano ampiamente coinvolti. Ne è una riprova il fatto che, nell’ambito di questi fenomeni residenziali “di lusso”, le case più tarde tendono a concentrarsi lungo la via Severiana, il Decumano occidentale e via della Foce (fig. 2), un asse stradale che dal Lazio meridionale, attraversando la città, si dirigeva appunto al passaggio del Tevere, e di lì raggiungeva l’Isola Sacra e Porto.

Non è possibile seguire qui nel dettaglio l’evoluzione delle forme architettoniche che caratterizzano le domus ostiensi del Basso Impero, riproduzioni, in piccolo, delle grandiose residenze urbane dell’aristocrazia. Comunque quelle di impianto più antico (230-300 circa), come ad esempio la Domus della Fortuna Annonaria (fig. 3), riprendono quella tipologia a cortile porticato – o a peristilio centrale – che a Ostia, come si ricorderà, aveva occupato un posto d’onore nell’edilizia domestica di lusso del pieno II secolo, ed era stata poi momentaneamente abbandonata in età severiana.

Fig. 3 – Il peristilio della Domus della Fortuna Annonaria.

Fig. 3 – Il peristilio della Domus della Fortuna Annonaria.

Tali planimetrie imperniate sul peristilio, però, vengono a loro volta superate – fra la seconda metà del IV e gli inizi del V secolo – dal prevalere di nuove “mode” architettoniche, che prevedono, al centro della casa, due ambienti lunghi e stretti affiancati, con funzioni di accesso e di smistamento rispetto ai vani interni. Questi ultimi possono servire per scopi di rappresentanza (e allora sono spesso dotati di un’abside: v. fig. 4), oppure possono essere destinati alla vita familiare propriamente intesa.

Fig. 4 – L’aula absidata della Domus della Fortuna Annonaria.

Fig. 4 – L’aula absidata della Domus della Fortuna Annonaria.

Un buon esempio di tale tipologia è la Domus dei Tigriniani (fig. 5), forse la più tarda residenza di pregio creata a Ostia (420 d. C. circa): si è già visto che – con altre domus – è contigua al Decumano occidentale, l’arteria che continuò ad essere valorizzata fino ad un’epoca molto avanzata della storia urbana (fig. 2). Il caso della Domus dei Tigriniani, peraltro, si presta ad illustrare anche altri aspetti caratteristici del periodo. Infatti queste case più tarde e più grandi – a differenza di quelle che si erano impiantate nel III secolo – non occupano più uno spazio corrispondente al solo pianterreno di un’insula preesistente, ma sconfinano nei caseggiati attigui e, addirittura, invadono tratti di assi viari pubblici, ormai non più frequentati. Inglobano inoltre tutte le botteghe che in precedenza facevano parte degli stessi isolati, mentre i piani superiori – prima serviti da scale indipendenti, che portavano agli appartamenti d’affitto – vengono ora incorporati nella sontuosa residenza unifamiliare. Infine si può ipotizzare l’esistenza di percorsi differenziati interni, destinati rispettivamente al dominus e ai suoi familiari, alla servitù e ai visitatori (o ai clientes): v. la fig. 5.

Fig. 5 – La Domus dei Tigriniani (da Pavolini 2011).

Fig. 5 – La Domus dei Tigriniani (da Pavolini 2011).

L’architettura domestica non esaurisce certo il quadro dell’attività costruttiva tardo-antica ad Ostia. Anche in quest’epoca è infatti attestato un importante settore di edilizia pubblica che, tuttavia, si limita quasi esclusivamente ad abbellire e a potenziare un ben preciso percorso viario. Si tratta di quella che è stata definita la Promenade (A. Gering), in pratica il tratto Est-Ovest del Decumano, che da Porta Romana raggiungeva il Foro e – più avanti – il bivio all’esterno della porta occidentale dell’antico castrum. Qui si restaurano o si creano ex novo (con una ricca profusione di marmi di rivestimento) ninfei, piazze colonnate, esedre, prospetti monumentali: tutte opere destinate sì ad ornare il Decumano, ma anche a nascondere il degrado dei quartieri circostanti, in gran parte abbandonati. Tale piano di interventi (che culmina nei lavori promossi da alcuni prefetti dell’annona e dell’Urbe negli ultimi decenni del IV secolo, un momento di indubbia “ripresa” della vita urbana) coinvolge anche i restauri ad alcuni templi pagani e ad alcuni eminenti edifici di spettacolo e di servizio, affacciati o meno sulla Promenade: il Teatro, le tre grandi terme imperiali e un macellum (mercato delle carni), non individuato con certezza, ma noto da un’epigrafe: si tratta di uno dei più tardi interventi pubblici a noi noti (418-20 d. C.).

Non è facile offrire una spiegazione storica di tale imponente fenomeno, che tuttavia è probabilmente connesso con la presenza in città degli alti personaggi di rango senatorio su menzionati, i quali – in assenza delle antiche magistrature coloniali – potevano ormai porsi “collettivamente” come i patroni e i mecenati della residua popolazione residente  (il che spiega anche perché il volume delle importazioni di merci varie ad Ostia non sia molto diminuito fino alla metà del V secolo circa). Questi oligarchi agivano per il tramite di altissimi funzionari come i prefetti citati, che del resto appartenevano al loro stesso ordine e ceto sociale.

Recenti ricerche delle équipes archeologiche tedesche e britanniche (progetto Berlin-Kent Ostia Ausgrabungen) hanno documentato molti aspetti di questa tarda fioritura del vecchio centro monumentale di Ostia, dimostrando fra l’altro, con scavi e accurate campagne di documentazione (v. ad esempio la fig. 6), che nel Foro si ebbero interventi di ripavimentazione – mediante lastre marmoree di reimpiego – almeno fino alla metà del V secolo circa. Tali attività erano forse finalizzate allo svolgimento di fiere, mercati, spettacoli all’aperto, ecc., per i quali ci si poteva avvalere di strutture precarie in legno, oggi perdute.

Fig. 6 – Foro di Ostia. Particolare delle pavimentazioni del portico orientale nel V secolo, con lastre parzialmente di spoglio (Gering 2013).

Fig. 6 – Foro di Ostia. Particolare delle pavimentazioni del portico orientale nel V secolo, con lastre parzialmente di spoglio (Gering 2013).

Non vi è finora la prova, però, che queste ultime attestazioni di un interesse pubblico e di una vita comunitaria nel centro di Ostia siano proseguite oltre la metà del V secolo, un momento che coincide anche con il definitivo abbandono di alcune domus nobiliari, come hanno mostrato altre recenti indagini stratigrafiche (Danner, Vivacqua, Spagnoli 2013).

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE RECENTE

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  • A. Gering, L. Lavan, “Das Stadtzentrum von Ostia in der Spätantike. Vorbericht zu den Ausgrabungen 2008-2011”, in Römische Mitteilungen 117, 2011, 409-509.
  • S. Keay, L. Paroli (a cura di), Portus and its hinterland: recent archaeological research, London 2011.
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  • C. Pavolini, “Rileggendo le domus delle Colonne e dei Pesci”, in Mélanges de l’Ecole Française de Rome (on line) 2014, http://mefra.revues.org/1989.
  • C. Pavolini, “Per un riesame del problema di Ostia nella tarda antichità: indice degli argomenti”, in A. F. Ferrandes, G. Pardini (a cura di), Le regole del gioco. Tracce Archeologi Racconti. Studi in onore di Clementina Panella, Roma 2016, 385-405.

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