Figure 13 - Monteverde tuff used at the theatre

Le qualità di tufo impiegate nell’edilizia ostiense

Aspetti geoarcheologici
Author:
Gioacchino Lena
Il tufo, di origine vulcanica, fu il primo materiale adoperato ad Ostia: all’inizio un litotipo dalle scadenti caratteristiche tecniche ma di facile estrazione e di agevole trasporto, successivamente litologie sempre migliori fino a giungere ad una ottimizzazione litologica e, forse, ad una vera e propria ricerca coloristica. L’utilizzazione dei tufi continuò fino a circa il II secolo d.C. e successivamente divenne sempre più sporadica fino a scomparire quasi del tutto. I tufi ricomparvero con una certa frequenza dal III-IV secolo d.C. in poi, forse provenienti da riutilizzazione di materiali dismessi, forse come acquisizione per l’apertura di nuove cave[1].

Un accurato rilevamento della tipologia di tufi esistenti negli edifici di Ostia antica ha messo in evidenza che non esiste, qui, la grande varietà di essi utilizzati a Roma in quanto è limitata a 4 o, forse, a 7 litotipi diversi. La loro utilizzazione tuttavia procedette di pari passo con le modalità di uso in ambito romano in dipendenza, quindi, sia dell’apertura di nuove cave nei dintorni della città sia delle migliorate capacità di tecniche dei cavatori sia, infine, delle caratteristiche tecniche dei materiali stessi (figura 1).

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Figura 1 – Pianta distribuzione generale dei tufi individuati ad Ostia

Figura 1 – Pianta distribuzione generale dei tufi individuati ad Ostia

a) Tufo granulare o tufo pisolitico o “cappellaccio”
Il tufo granulare o tufo pisolitico (detto così per l’abbondanza di pisoliti nella massa tufacea) o anche “cappellaccio” [2]è un tufo di colore grigio chiaro allo stato asciutto, grigio bruno se bagnato ed è caratterizzato dall’avere inglobati in tutta la massa dei cristalli di leucite biancastra. A Ostia costruzioni in tufo granulare appartenenti al primo periodo del castrum sono state segnalate nelle fondazioni della costruzioni primitive e dovrebbero anche costituire le fondazioni in opus quadratum delle mura della cittadella fortificata del IV secolo le quali poggiano su deboli fondazioni costituite da un doppio filare di tufo granulare alto circa 55 cm[3].

Purtroppo lo sterro effettuato in vista dell’Esposizione Universale del 1942 (non tenuta a causa della guerra), operato su tutta l’area ostiense, ha fatto sparire tutte le tracce relative per cui, sul piano di calpestio attuale, non è visibile affatto.

b) Tufo giallo di Via Tiberina e/o tufo giallo paglierino di Grotta Oscura
Il tufo giallo di Via Tiberina, simile a quello che affiora a nord di Roma, a Grotta Oscura, fu utilizzato in area romana successivamente a quello precedente, per motivi, forse, dovuti alle migliorate conoscenze tecniche dei cavatori romani.[4] Questo tufo ha colore giallastro uniforme, è piuttosto poroso, di media compattezza e con caratteristiche tecniche migliori del tufo pisolitico. In considerazione della sua poca coerenza, al prolungato contatto con l’aria, a seconda della composizione, delle venature della colata o delle intrusioni contenute, si sbriciola e si polverizza facilmente, per cui il suo uso non è stato prolungato nel tempo. Nonostante le non eccellenti caratteristiche fisiche e tecniche questo tufo fu ampiamente utilizzato come materiale da costruzione a Roma e dintorni dal IV sec. a.C. fino all’età augustea, grazie soprattutto alla facilità con cui poteva essere estratto e trasportato in città. Le cave, infatti, si trovavano in prossimità del Tevere che era la via commerciale più veloce, sicura ed economica. Dopo l’età di Augusto non venne più usato.[5]

Ad Ostia questo tufo, segnalato da De Angelis d’Ossat[6], come il cd “cappellaccio”, compariva in numerose costruzioni in opus incertum unitamente al tufo giallastro pisolitico e all’onnipresente tufo di Monteverde. Le ricerche attuali non hanno consentito di rilevarne l’esistenza.

c) Tufo giallo litoide di “Prima Porta”.
L’affioramento più vistoso di questo tufo, al di sopra di quello giallastro, si trova in località “Prima Porta” (via Flaminia), dove si trova la lapide che ricorda la battaglia di Costantino contro Massenzio. Al di sopra di esso poggia il Tufo di Fidene. [7] E’ più tenace del tufo giallastro, ma meno compatto, a causa delle minute cavità lasciate da vegetali andati in decomposizione; in queste cavità è frequente la presenza di fossili. Il colore tende al paglierino con pomici gialle numerose. Ad Ostia l’uso di questo tufo è stato segnalato dal De Angelis d’Ossat in alcuni edifici[8]. Attualmente non sono visibili se non forse in una serie di tufelli delle volte di alcuni edifici, alternati con il tufo di Monteverde.

d) Tufo a pomici nere di Fidene.
E’ di natura semilitoide e più compatto del Cappellaccio. La peculiarità e la riconoscibilità di questo tufo consiste nell’abbondanza di pomici e scorie laviche di colore nero eruttate dal vulcano e amalgamate con la massa cinerea di colore rossastro. [9]. Ad occhio nudo si presenta a grana grossolana, granuloso e dalle scadenti caratteristiche tecniche; gli inclusi di lava posso essere anche molto grandi e a spigoli vivi (Figure 2, 3).

Figura 2 - Mura del castrum in tufo di Fidene

Figura 2 – Mura del castrum in tufo di Fidene

Figura 3 - Tufo di Fidene al microscopio. (2,5x NP)

Figura 3 – Tufo di Fidene al microscopio. (2,5x NP)

Le cave di Castel Giubileo, da cui fu estratto nell’antichità gran parte del materiale, sono scomparse da tempo. L’affioramento poggia sopra un deposito più antico di tufo giallo litoide ed è ricoperto da un altro, più recente e sottile, di tufo friabile giallo-grigio.[10] Ad Ostia questo tufo si trova impiegato nelle due file di blocchi affiancati dell’opus quadratum con fondazioni della cinta del castrum nonché nelle sue porte.

e) Tufo giallastro pisolitico Due Case
Una varietà del tufo giallastro pisolitico è quella “Due Case” proveniente dall’omonima località sulla via Flaminia.[11] Di colore giallastro o giallo chiaro, a grana grossolana, molto friabile, questo tufo contiene pomici farinose anche più gialle che, talora, queste tendono al grigio (Figura 4).

Figura 4 - Mura del castrum e mura delle botteghe in tufo di Fidene e tufo giallastro pisolitico “Due Case”

Figura 4 – Mura del castrum e mura delle botteghe in tufo di Fidene e tufo giallastro pisolitico “Due Case”

Ad una osservazione attenta si notano inclusioni costituite da frammenti di tufo rosso e di rocce sedimentarie (Figure 5, 6).

Figura 5 - Blocchi parallelepipedi dell’edificio commerciale su via del Mitreo dei Serpenti, in tufo giallastro pisolitico “Due Case”

Figura 5 – Blocchi parallelepipedi dell’edificio commerciale su via del Mitreo dei Serpenti, in tufo giallastro pisolitico “Due Case”

Figura 6 - Tufo giallastro pisolitico “Due Case” al microscopio, a nicols incrociati (2,5 x NX)

Figura 6 – Tufo giallastro pisolitico “Due Case” al microscopio, a nicols incrociati (2,5 x NX)

Le caratteristiche tecniche sono scadenti. Molti blocchi di tufo giallastro pisolitico, ad Ostia, presentano fratture che vanno dall’alto in basso, formatesi a causa della scarsa resistenza alla compressione esercitata dal peso del materiale soprastante. Su alcuni blocchi si nota anche un accenno di stratificazione dovuta ad episodi esplosivi diversi.

I siti dove questo tufo si rinviene ancora sono quelli mostrati nella Figura 7.

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Figura 7 – Distribuzione generale del tufo giallastro pisolitico a Ostia

Figura 7 – Distribuzione generale del tufo giallastro pisolitico a Ostia

f) Tufo dell’Aniene
Intorno alla metà del II secolo a.C., quando ormai le pietre da costruzione usate fino allora cominciarono ad essere considerate inadeguate, i costruttori romani aprirono una serie di cave lungo il corso del fiume Aniene che poteva garantire un agevole trasporto fino a Roma e ad Ostia.[12] Le cave di esso meglio note si trovano sulle due sponde del fiume a Salone e Tor Cervara, ma in generale il tufo dell’Aniene fu estratto lungo tutto il basso corso del fiume omonimo.[13] Il tufo dell’Aniene è un tufo litoide, coerente come il Monteverde da cui spesso è difficile, se non impossibile, distinguerli. Denominato dagli antichi lapis ruber, ha un colore rossastro e grana variabile, da grossolana a molto minuta, a seconda del punto del giacimento da cui viene estratto; è un materiale, come si è detto, molto duro e resistente alle intemperie (Figure 8, 9). Si riteneva che fosse refrattario al fuoco: per questa sua caratteristica Nerone lo prescrisse per tutti i piani inferiori delle case nella ricostruzione dopo l’incendio del 64 d.C.

Figura 8 - Tufelli nel Tempio di Roma e Augusto in tufo dell’Aniene

Figura 8 – Tufelli nel Tempio di Roma e Augusto in tufo dell’Aniene

Figura 9 - Tufo dell’Aniene al microscopio, a nicols paralleli (2,5 x NP)

Figura 9 – Tufo dell’Aniene al microscopio, a nicols paralleli (2,5 x NP)

Sono impiegati negli edifici di cui alla Figura 10.

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Figura 10 – Distribuzione generale del tufo dell’Aniene ad Ostia

Figura 10 – Distribuzione generale del tufo dell’Aniene ad Ostia

g) Tufo di Monteverde o tufo lionato
Non conosciamo il nome antico di questa pietra: il nome attribuitogli attualmente specifica la località in cui si trovano le principali cave, ai piedi del Gianicolo, fra la vecchia stazione di Trastevere e la Magliana[14].

Frank [15](1924) fu il primo a distinguere nei giacimenti di tufi di Monteverde quattro diversi stadi: di essi i Romani utilizzarono solo il secondo e il terzo. Il primo non è ovunque conservato a causa delle alluvioni del Tevere, mentre l’ultimo, il più profondo e duro, veniva estratto e utilizzato in tempi più recenti. E’ di colore rosso-bruno, talvolta tendente al giallo o all’arancio; la grana è variabile da media a molto fine e compatta (Figure 11, 12, 13, 14).

Figura 11 - Tufo di Monteverde nei Grandi Horrea

Figura 11 – Tufo di Monteverde nei Grandi Horrea

Figura 12 - Tufo di Monteverde al microscopio (parallel nicols) (2.5 x NP)

Figura 12 – Tufo di Monteverde al microscopio (parallel nicols) (2.5 x NP)

Figura 13 - Tufo di Monteverde impiegato nel teatro

Figura 13 – Tufo di Monteverde impiegato nel teatro

Figura 14- Tufo di Monteverde al microscopio, a nicols incrociati (2,5 x NX)

Figura 14- Tufo di Monteverde al microscopio, a nicols incrociati (2,5 x NX)

Poiché questo tufo, sebbene mostri le medesime caratteristiche sostanziali, può variare nel colore, nella grana e nelle proporzioni degli inclusi, possiamo supporre che le differenze, a volte anche abbastanza evidenti, debbano essere attribuite alla provenienza da cave diverse e da punti differenti della stessa cava.

I monumenti in cui esso è stato adoperato sono riportati nella Figura 15.

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Figura 15 – Distribuzione generale del tufi di Monteverde a Ostia

Figura 15 – Distribuzione generale del tufi di Monteverde a Ostia

Considerazioni conclusive
Come si è visto nel paragrafo precedente, attualmente sono documentabili, nelle architetture ostiensi, soltanto quattro delle sette qualità elencate e descritte negli studi effettuati fino agli anni ‘60 del secolo scorso. Il Cappellaccio, il tufo giallo di Prima Porta e quello di Grotta Oscura, individuati dal De Angelis D’Ossat[16] oggi non sono più documentabili; lo stesso autore, fra l’altro, nella maggior parte dei casi, non specificò gli edifici in cui erano impiegati. Affermò soltanto che essi erano stati adoperati nelle strutture appartenenti all’epoca di fondazione del castrum (Cappellaccio), nelle murature in opus incertum grossolano (Prima Porta) ed in opus incertum (Grotta Oscura). Non è stato possibile esaminarli a causa di restauri, rifacimenti e costruzioni successive per cui le murature non hanno mantenuto il loro aspetto originario. Come si è detto, i litotipi utilizzati sono: tufo di Fidene, tufo giallastro pisolitico, tufo dell’Aniene, tufo di Monteverde. (Figure 1, 7, 10, 15). Il primo è presente solo nelle mura del castrum (e in alcuni blocchi informi nella necropoli di Porta Romana) per cui si può dedurre che il suo uso fu limitato solo al IV secolo a.C.

L’uso del “tufo giallastro pisolitico” sembra essere durato per un tempo lunghissimo essendo stato rinvenuto a partire dal III sec. a.C. ed essendo, fra quelli documentati con sicurezza, la qualità usata più lungamente. Infatti, esso sembra essere stato impiegato dal III secolo a.C. (muri nella Piazzetta dei Lari e in via del Larario[17] nonché nelle botteghe addossate alle mura del castrum) al II secolo d.C. (edificio commerciale adiacente al Mitreo dei Serpenti di età adrianea[18]) e, in un caso, anche all’inizio del III secolo d.C.(edificio su via del Mitreo dei Serpenti, di prima età severiana.[19]) In questi casi è possibile pensare ad un reimpiego di materiale tufaceo proveniente da strutture edilizie più antiche andate distrutte per la costruzione di tali edifici oppure una vera e propria riapertura di vecchie cave ormai in disuso.

Notevolmente diffusi ad Ostia sono anche altri due tufi, dalle caratteristiche simili: quello dell’Aniene e quello cd. di Monteverde. Il primo ( Figura 10) lo troviamo relativamente poco utilizzato, il secondo (Figura 15) è invece, a differenza di quanto accade a Roma, preponderante in moltissime costruzioni. Si rinviene già a partire dal II secolo d.C. e il suo uso si prosegue fino a II secolo d.C. (Palazzo imperiale, Caseggiato dei Triclini). Probabilmente fu utilizzato anche nelle fasi edilizie più tarde, per ricostruzioni e rifacimenti di vario genere, che oggi è difficile distinguere da quelle originarie o precedenti. Non si trova più la stessa frequenza nell’edilizia successiva al III secolo d.C. e il suo uso è con ogni probabilità da ritenere come reimpiego. Quello utilizzato ad Ostia, per quanto facilmente riconoscibile anche a occhio nudo, presenta una notevole varietà nel colore (più o meno rossastro), nella grana (da grossolana a molto minuta) e negli inclusi (pomici, ecc….) per cui tale differenza si potrebbe imputare alla strato della cava da cui è stato estratto il pezzo.

In totale, delle moltissime varietà di tufo utilizzato a Roma, solo poche sono quelle utilizzate ad Ostia che sembra essere caratterizzata in massima parte da un solo colore e una sola litologia: quella del tufo di Monteverde.

Bibliografia citata

  •  Bianchi 1998: E. Bianchi, “Il Caseggiato del Sole e gli edifici attigui”, in Bollettino di Archeologia 49-50, 1998, pp. 115-130.
  • Blake 1947: M.E. Blake, Roman construction in Italy from the prehistoric period to Augustus, Washington, 1947.
  • Calza et al. 1953: G Calza, G. Becatti, I. Gismondi, G. De Angelis d’Ossat, H. Bloch, Scavi di Ostia I. Topografia generale, Roma, 1953.
  • De Rita, Giampaolo 1999: D. De Rita, C. Giampaolo, “Monuments as “Geotopes”: volcanic building stones from the roman area used to construct ancient,” in Memorie Descrittive della Carta Geologica d’Italia LIV, 1999, pp. 207-218.
  • Frank, 1924: T. Frank, Roman buildings of the Republic, Roma, 1924.
  • Lugli 1957: G. Lugli, La tecnica edilizia romana con particolare riferimento a Roma e il Lazio, Roma, 1957.
  • Penta 1955: F. Penta, “I Materiali da costruzione del Lazio”, in La Ricerca Scientifica, 26, Roma, 1955.


[1] Calza et al. 1953. Lugli 1957, p.185.
[2] Il nome deriva dal fatto che, alternandosi nel sottosuolo gli strati di questo litotipo con quelli di pozzolana, i cavatori di quest’ultima erano costretti a demolire il tufo che le faceva appunto da “cappello”, per poterla estrarre (Lungli 1957, p. 171)
[3] Calza et al. 1953, pp.181-193; De Rita, Giampaolo 1999, pp. 212-213.
[4] De Rita, Giampaolo 1999, p.212
[5] De Rita e Giampaolo 1999, p. 213
[6] Calza et al., 1953, p. 186
[7] Serie stratigrafica dal basso verso l’alto = 1) tufo giallastro pisolitico; 2 )tufo giallo litoide; 3) tufo di Fidene
[8] Calza et al 1953, p.184.
[9] Frank 1924, p. 17; Blake 1947, pp. 26-27; Calza et al. 1953, pp. 209-210; Penta 1956, p. 124; Lugli 1957, pp. 253-257
[10] Frank 1924, pp.17, 20; Blake 1947, pp. 26-27; Lugli 1957, ppp255-257.
[11] Calza et al 1953, p. 209.
[12] Frank 1924, p.26; Lugli 1957, p.185
[13] Frank 1924, p.27; Blake 1947, pp. 29-30; Penta 1956, pp.118-122; Lugli 1957, p.309
[14] Blake 1947, p.29; Penta 1956, p.118; Lugli 1957, p. 311.
[15] Frank 1924, p.31
[16] Calza et al. 1953, 181-210
[17] Calza et al. 1953, p.182
[18] Bianchi 1998, pp. 115, 128
[19] Bianchi 1998, pp. 115, 129

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